Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.
Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.
(P. Neruda) |
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| Stefano |
| Nato il 25 dicembre 1972 a Feltre |
| Capienza Zaino: 75 litri |
| E-mail:zanna_72@libero.it |
Ho preso questa decisione una notte di gennaio davanti a Notre Dame a Parigi, passeggiando serenamente assorto nei miei pensieri.
Spesso nei miei viaggi ho incontrato persone che attraversavano il mondo, chi alla ricerca di qualcosa, chi alla scoperta di qualcosa, chi semplicemente all’avventura. Quando ho capito che non era una questione di possibilità, ma di volontà, ho deciso di partire. Ho deciso di riappropriarmi, anche solo per qualche mese, del mio tempo: tempo per osservare (non per guardare), tempo per parlare (non per chiacchierare), tempo per riflettere e capire, per imparare e per aiutare.
Vedere il mondo con i propri occhi ed il proprio cuore e non attraverso gli umori di qualcuno.
So quello che lascio e non so quello che trovo. E’ proprio questa la cosa più bella.
Stefano
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| Carlo |
| Nato il 4 marzo 1974 a Feltre |
Capienza Zaino: 50 litri (sostituito con 70+10) |
| E-mail:cappe_74@libero.it |
Un giorno di sei mesi fa, camminando nei pressi di Sant’Ambrogio a Milano, Stefano mi ha invitato a intraprendere questo viaggio con lui. Gli ho chiesto quali sarebbero state la meta e la durata. Mi ha risposto che aveva in mente di spendere un anno in giro per il mondo.
L’idea mi è subito piaciuta e soprattutto mi ha colpito la determinazione del mio amico. Ovviamente ho avuto da subito tanti dubbi. Ho riflettuto a lungo prima di decidermi. Molte persone mi hanno incoraggiato a gettarmi nell’avventura, altre mi hanno dato del pazzo.
Il mio viaggio è iniziato, in realtà, nel momento in cui ho deciso di partire perchè ho cominciato a ragionare con un'altra attitudine.
Viaggiare mi piace molto. Credo di imparare molte cose viaggiando. Spesso nella vita lottiamo contro le cose imprevedibili mentre sono proprio queste che ci fanno sentire vivi.
Carlo
Sono rientrato il 28 novembre. Clicca qui per leggere il mio ultimo post
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Rio de la Plata
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Ultime nuove:
sabato, settembre 03, 2005
FELTRE (ITALIA), 3 settembre 2003
GIORNO 610 DI VIAGGIO (ieri)
Un improvviso attacco di appendicite acuta e conseguente infezione mi ha costretto ad un rientro forzatamente anticipato. Non provo rimorsi o rabbia per questo, a Cuba ero andato con un obiettivo in particolare, l’ho raggiunto pienamente e, nonostante tutto, me ne sono andato via soddisfatto. Ritorno gratificato da quello che ho fatto, osservato e conosciuto in tutti questi mesi.
E’ questa l’ultima e-mail di viaggio, molti si aspetteranno chissà quale riassunto o commento finale; niente di tutto questo. Descrivere 20 mesi di viaggio è difficile, raccontare 20 mesi di vita lo è ancora di più. Non ho le parole (e forse neanche le capacità) per raccontare in sintesi il Sudamerica che ho visto e nemmeno voglio farlo; è ormai una cosa che fa parte di me, che mi è entrato dentro, che mi ha cambiato come persona, che mi ha aiutato a crescere e a diventare quello che sono adesso (buono o male che sia). Il Sudamerica che ho vissuto è quello che esce nelle mie parole, nel mio modo di pensare e vedere le cose, nel mio modo di affrontare la vita di tutti i giorni. Scoprirò altre cose di questo sub-continente parlando con le persone che già mi conoscevano e che mi vedranno diverso, che mi faranno notare quanto e come sono cambiato, che mi regaleranno angolature differenti per analizzarmi.
Il risveglio di questa mattina sull’oceano mi ha sorpreso con gli occhi umidi, niente di sorprendente in questo; ho preso molto ma ho anche lasciato tanto: amici, conoscenti, sofferenze e gioie, difficoltà e soddisfazioni. Le mie lacrime timide non nascevano dalla fine di un viaggio ma dal ricordo di qualcuno che oggi come ieri continua soffrendo.
Dopo tanti racconti di avventure, paesaggi ed aneddoti, questo diario si chiude con una parola piccola piccola, banale forse, tuttavia, contrariamente a quello che pensavo nei mesi passati, priva di malinconia: fine.
Stefano
mercoledì, luglio 20, 2005
MÉRIDA (VENEZUELA), 20 luglio 2005
GIORNO 566 DI VIAGGIO
Gli ultimi giorni in montagna sono passati tra camminate e letture, chiacchierate e teatro. Un paio di giorni fa sono salito al Pan de Azucar, poco più di 3.500 metri, uno stretto sentiero sul costone di quello che una volta era il letto di un ghiacciaio, alle spalle la vallata che lentamente scende verso Mérida, di fronte la barriera delle Ande. Durante le 3 ore di passeggiata un paio di ruscelli e qualche vacca al pascolo, nessuno, nessuno, assolutamente nessuno né in salita né in discesa. Paesaggio stepposo, nessun segno di alberi ma tanti frailejònes, la pianta tipica della zona. Il fine settimana l’ho passato al teatro, una rappresentazione la prima sera, un film su José Martí la seconda; ho conosciuto il direttore mentre aspettavamo di entrare, mi dicono un personaggio molto conosciuto ed apprezzato sia qui che a Cuba, sto aspettando che mi dia qualche buon contatto a La Habana. Ieri sera sono stato a casa di un altro regista, straordinaria la collezione di fotografie d’epoca che aveva.
Questa sera viaggio a Caracas, ancora una volta ho optato per un bus di bestiame umano, il più economico sulla piazza e facilmente anche il più genuino, ultima occasione per parlare con la gente della montagna e sperimentare sedili sfondati e sgasate terrificanti. Dovrei arrivare domattina, mi aspetta l’ultima sfida venezuelana, il Terminal de Buses La Bandera, poi vado in aereoporto e prendo un alberghetto vicino alla costa, lontano dalla città e dalla sua confusione.
Quasi sicuramente è questa l’ultima e-mail che arriva dal Sudamerica, probabilmente anche l’ultima in generale di questo viaggio: a Cuba non so quanto facile sarà trovare un internet cafè economico e forse vorrò starmene anche da solo nelle mie ultime settimane in America Latina. Avrò tempo per ripensare a dove sono stato, a quello che ho visto ed imparato, alle cose che ho scoperto, alle emozioni che ho vissuto e che spesso ancora oggi mi spremono. Credo sia inutile tentare di spiegare come ci si possa sentire a lasciare questa terra dopo tanti mesi, oltretutto mi mancano pur sempre due mesi quindi appieno non me ne rendo ancora conto. Sará Cuba quella che mi darà il saluto finale, l’arrivederci sorridente e malinconico, quella che mi vedrà sparire nel cielo mentre mi allontano da quella che per 20 mesi è stata la mia casa.
A quelli che invece stanno dall’altra parte dell’oceano e che aspettano di (ri)vedermi chiedo di pazientare un poco: settembre sarà il mese del rientro. A presto,
Stefano
sabato, luglio 16, 2005
MERIDA (VENEZUELA), 16 luglio 2005
GIORNO 562 DI VIAGGIO
Mentre arrivavo alla seconda stazione del Teleferico mi sono ricordato che l’ultima volta che ero stato in montagna risaliva all’anno passato, in Chile; “Bah, vediamo...” è quello che ho pensato, prima di arrivare a 4.000m e sentire le tempie bombardate dall’altura. In effetti, salire da 1.600 così velocemente non è la cosa più intelligente da fare, però per fortuna qualcosa di questi mesi di camminate mi dev’essere rimasto perchè, dopo mezz’ora di contemplazione respirando ad occhi chiusi il profumo delle montagne, sono partito di buona lena per l’ascesa al Alto de
la Cruz , 4.200m e punto più alto del mio trekking. Respirazione corta e passi brevi, 40 minuti per arrivare a sedersi sotto il cartello di legno che segnala il passo, alle spalle sprazzi di cielo azzurro tra nuvole grigiastre, davanti una coltre impenetrabile di nebbia. Scendiamo di qualche centinaio di metri per mangiare, 20 minuti è il tempo di autonomia prima che il freddo e l’umidità penetrino le ossa e ci buttino di nuovo sul sentiero. A Xavi comincia a dare fastidio il ginocchio destro, ancora una decina di minuti e la puntura di dolore si trasforma in fitte; sono assorto nei miei pensieri quando Sandra, la sua ragazza, scuote la mia meditazione con un “Ci sai fare con i bendaggi al ginocchio?”. “Certo, chiaro”, con una sicurezza, serenità e naturalezza che ha convinto pure me stesso. Oltre al bendaggio, poi, pure un manuale orale di spiegazioni sul perchè ed il percome del dolore, sul cosa fare e sul come camminare, così convincente da alleviare il dolore e da convincere tutti a proseguire. Cinque ore di camminata tra discussioni socio-politiche e nuvole, una decina di case lungo il cammino fino ad arrivare a Los Nevados, villaggio a 2.770m popolato da un centinaio di persone ed arroccato al costone di una vallata ripidissima. Dieci minuti di pipa e riecco il freddo alle ossa ed un ginocchio bloccato; il primo problema passa al mondo dei ricordi dopo una zuppa di patate, il secondo mi accompagna burlone per un paio di giorni. Seduti sull’unica panchina della piccola piazza di fronte alla chiesa, la gente del posto si avvicina per sapere da dove veniamo, come siamo arrivati e dove andiamo, racconta la sua vita, cosa coltiva e cosa le piacerebbe fare; nascondendolo a fatica, parla sognante di un mondo che non conosce ma riconosce la fortuna di vivere in un angolo tanto tranquillo anche se dimenticato, sereno anche se rutinario. Dieci minuti, a volte quindici, poi con la stessa riverenza ed umiltà con cui si sono avvicinati, salutano e se ne vanno. L’immagine notturna del villaggio è lo specchio di questa gente: stradine ripide abbracciate da un silenzio di pace e case di terra secca illuminate da qualche sporadica luce sbiadita dalla nebbia. Alla mia collezione si aggiunge un altro posto fuori dal mondo.
I canadesi, belgi, francesi e colombiani che prendono posto nella camerata unica di 12 letti, sono i nostri compagni di viaggio in jeep il giorno seguente, chi seduto al lato del guidatore, chi sulle panchine montate sul portabagagli, chi sul tetto, quattro ore di strada sconnessa ed impolverata in mezzo a coltivazioni quasi a strapiombo, ruscelli e qualche cavallo in attesa del padrone. Un paio di soste per cambiare la collocazione dei passeggeri, poi ancora polvere e chiacchierate di viaggiatori, cosa c’è qui e cosa c’è lì, cosa va e cosa non va in questo o quel Paese. I propositi di una serata di festa naufragano alle 21:30 nel letto del mio albergo-rifugio, le gambe preda dell’acido lattico e gli occhi fuori dalle orbite.
Oggi cammino normalmente, quelle che scricchiolano adesso sono le braccia dopo aver fatto il bucato a mano, una pratica che a dispiacere avevo abbandonato. Le montagne continuano avvolte nelle nuvole anche se, a guardarle bene, pare che adesso mi strizzino l’occhio. Il mio villaggio non si vede, perso lassù da qualche parte, ma quello che di più importante aveva da offrire lo sento dentro di me.
Stefano
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Tragitto
Il nostro dettagliatissimo programma è diventato un programma di massima.
Partenza 2 gennaio 2004. Ritorno quando arriverà il momento.(Probabile entro la fine dell'anno).
Foto
Qualche foto del nostro viaggio
Qualche foto del nostro viaggio (seconda parte)
Qualche foto del nostro viaggio (terza parte)
Qualche foto del nostro viaggio (quarta parte)
Qualche foto del nostro viaggio (quinta parte)
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